Parolin: il diritto governi l’IA eliminando le disuguaglianze
What happened
Pope Leo XIV authored Magnifica Humanitas.
- Who
- Pope Leo XIVCatholic Church · Holy See · Vatican City · Metz
- To whom
- Magnifica Humanitas
- Kind of action
- Wrote, signed or issued
- Tone
- Mixed
- When
- Oct 21, 2026
- Reported by
- Vatican News Italiano
Every action it reports: 4
- Magnifica Humanitas cited Rerum NovarumSaid or cited
- Pietro Parolin cited Magnifica HumanitasSaid or cited
- Pope Leo XIV authored Magnifica HumanitasWrote, signed or issued
- Pietro Parolin spoke at Pontifical Gregorian UniversityMet, visited or attended
Parolin: il diritto governi l’IA eliminando le disuguaglianze
Vatican News
È un’ampia riflessione sul capitolo quinto della Magnifica humanitas - quello sulla “cultura della potenza e la civiltà dell’amore” - la prolusione del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin che ha aperto ieri pomeriggio, 20 ottobre, le cinque giornate di incontri e approfondimenti per i 150 anni della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana, a Roma. Il porporato, ex-alunno della Facoltà, ha parlato dell’importanza del diritto internazionale alla luce della prima Lettera enciclica di Leone XIV, premettendo che nella formazione del giurista l’ateneo non mira a preparare “solo un esegeta di testi normativi o un tecnico delle procedure” ma un “custode della legalità” e un “orientatore di comportamenti che sono parte di relazioni umane, e nel caso specifico, di una vita di fede, di appartenenza alla Chiesa che mediante il diritto disegna il cammino per raggiungere” la “
salus animarum”. Questa è il “confine tra la limitata ambizione umana e la potenza dell’amore di Dio”, che è spesso “combattuto” e nel quale "si affrontano l’idea del diritto come strumento per esercitare il potere e la realtà del diritto come sinonimo di giustizia e quindi barriera all’illegalità, alle sopraffazioni, alla forza che diventa regola al solo scopo di escludere i più fragili e indifesi”.
Diritto, legalità e giustizia
Nell'Aula Magna della Pontificia Università, il cardinale Parolin ha evidenziato che diritto, legalità e giustizia riguardano la “quotidiana esistenza” e “sono fattori determinanti nella relazione tra persone, comunità e popoli”, “segnano limiti, aprono possibilità, governano l’oggi ma permettono anche la visione del domani”. Per tale motivo, in ogni epoca, “sul loro significato si articolano riflessioni, si aprono dibattiti e si stabiliscono i necessari parametri delle relazioni all’interno degli Stati e tra gli Stati” e il Magistero della Chiesa considera “quello giuridico un processo sempre in evoluzione”, “che in ogni momento storico” regola “relazioni” e le costruisce “dandogli poi continuità”. Cosa che oggi in particolare si sperimenta riguardo alle “promesse” delle “nuove tecnologie”, che, come scrive Papa Leone XIV nella Magnifica Humanitas, possono essere “in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione”. “Gli sviluppatori portano dunque un particolare peso etico e spirituale”, ha osservato il porporato, poiché c’è da “verificare se il potere delle infrastrutture digitali e degli algoritmi favorisca davvero partecipazione e responsabilità, protegga i più fragili, assicuri un accesso equo alle opportunità e resti ordinato al bene di tutti”.
Il progresso e la dignità umana
Se la Rerum Novarum di Leone XIII “indicava le modalità per preservare la dignità umana di fronte alle strutture della rivoluzione industriale e alla questione operaia”, oggi “la Magnifica Humanitas proietta la sua analisi nel contesto della rivoluzione digitale” e invita a riflettere sulla custodia della persona umana nell’ambito degli “sviluppi dell’intelligenza artificiale”, ha fatto notare Parolin, ricordando che Leone XIV invita a non ridurre “la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante” e ad “adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico”.
L’impatto delle innovazioni tecnologiche
Nel capitolo quinto della sua prima enciclica, il Pontefice si sofferma sull’“impatto che le tecnologie emergenti hanno sulla guerra, sulla crisi del multilateralismo, sulla normalizzazione dei conflitti e sui più generali cambiamenti”. Sono ambiti, ha affermato il cardinale segretario di Stato, “che evidenziano ormai una vera e propria modifica di concetti come la governabilità o il ruolo delle istituzioni, sia interne che internazionali”, e poi occorre tener presente l’avvertimento posto dalla “nozione di custodire l’umano”. “Le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”. E allora il capitolo quinto della Magnifica humanitas per i giuristi “rappresenta una provocazione che tocca l’essenza stessa del diritto e ancora di più la sua funzione razionale e il suo impatto sociale”. E pone interrogativi: quale spazio ha la “norma giuridica quando la tecnica prodotta da un algoritmo, in nome dell’efficienza si sostituisce al suo fondamento etico e alla sua comprensione morale?”; “come può il diritto conservare la sua funzione di fronte all’automazione della forza e dei suoi metodi”, inclusi quelli “che trovano legittimazione nell’assicurare l’ordine pubblico interno o quello internazionale?”. Insomma, si può “fermare la ‘cultura della potenza’ sempre più imperante nelle relazioni tra persone, comunità e popoli?”. Parolin ha rilevato il richiamo nell’enciclica alla Dottrina Sociale della Chiesa, al principio della destinazione universale dei beni, “volto a garantire un accesso universale alle tecnologie e alla formazione”; a quello della sussidiarietà “che garantisce il ruolo di persone e comunità di operare scelte e modificarle”; e ancora della solidarietà, “che ‘obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici’”, e della giustizia sociale, “obiettivo da tutelare dopo l’adozione delle tecnologie” e anche “condizione previa da praticare nel loro stesso disegno”.
Costruire la civiltà dell’amore
È necessario, poi, ha aggiunto il porporato, cercare di capire come “gettare le basi di una nuova ‘civiltà dell’amore’, mediata da un diritto autenticamente orientato ad edificare strutture di giustizia, come premessa al bene comune”. Se il magistero di San Paolo VI insegna che la civiltà dell’amore consiste nel “progetto cristiano di edificare una società globale fondata sulla giustizia, sulla pace e sulla fraternità, in contrapposizione a logiche di violenza e divisione”, allora l’intelligenza artificiale “deve servire a edificare quella famiglia umana universale, con diritti e doveri condivisi, dove la prossimità digitale diventa occasione reale di incontro e di cura reciproca”. Questo, ha sottolineato Parolin, è “un obiettivo che contrasta con la realtà odierna, nella quale “il potere tecnologico assume un volto inedito, prevalentemente ‘privato’” e perciò “più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
I tre indicatori
Secondo la Magnifica humanitas, anche il giurista - e pure il diplomatico, ha specificato il cardinale - “concorre ad edificare la ‘civiltà dell’amore’. E allora, mediante il dettato normativo dovrebbero essere proposti “tre indicatori principali”: disarmare le parole, cioè usare un “linguaggio capace di mediare”, aprirsi “al mutuo rispetto e al dialogo” - ruolo, questo anche della diplomazia ha detto Parolin, che deve “far scaturire la fiducia reciproca, il mutuo rispetto, la cooperazione collante per le relazioni tra gli Stati” -; assumere lo sguardo delle vittime, ossia “guardare alle sofferenze della popolazione civile, dei profughi, dei rifugiati” e delle “vittime devastate dai conflitti”; coltivare un sano realismo, cosa che “nel linguaggio dei rapporti internazionali” vuol dire non ridurre “la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza”, bensì cercare “vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti”.
Essere corpo
In sintesi, ha rimarcato il cardinale, “la civiltà dell’amore si contrappone alla cultura della potenza ricercando la giustizia e costruendo istituzioni efficienti”, attraverso gli “strumenti propri del diritto, costruendoli pazientemente e verificandone gli effetti”. Leone XIV esorta per questo ad “essere ‘corpo’, a fare sistema”. Ma “sempre meno i processi di innovazione e la stessa ricerca scientifica non trovano rispondenza nella azione o nella reazione degli apparati statali”, ha considerato Parolin, perché “sono saldamente nelle mani di ‘attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi’”. All’interno degli Stati, invece, ha messo in evidenza il porporato, gli elementi fondativi della governance “vivono una crisi di contenuto” ed “espressioni come sovranità, limite territoriale, stato di diritto, la separazione dei poteri e ancora la gerarchia delle fonti, hanno sempre meno la capacità di limitare la forza del potere”. Inoltre oggi ad imporsi “è sempre più la convinzione che per garantire l’ordine interno delle Nazioni l’effettivo esercizio del potere si identifica con il monopolio della forza”, e questo sul piano internazionale è reso evidente “dalla crisi del sistema multilaterale”. In particolare “nelle relazioni internazionali il mancato o limitato apporto del diritto per governare il digitale e gli algoritmi, rende evidente la ‘cultura della potenza’ come esercizio e come atteggiamento”. E tutto questo “cresce attraverso la molteplicità delle informazioni che creano opinione” e “con l’accentrarsi del controllo con metodi o strutture che nel recupero, custodia e gestione dei dati operano per prevedere, orientare e determinare il comportamento umano”. Inoltre “le nuove tecnologie” influiscono “sulla capacità di vedere i fenomeni, valutarne l’impatto, renderli operativi mediante l’azione o la non opposizione”, come succede con “l’automazione delle tecnologie belliche”.
Superare la teoria della guerra giusta
Oggi si è “imposta la convinzione che il conflitto è l’unico strumento per gestire i rapporti tra le persone, tra le comunità, tra gli Stati”, ha asseriro il segretario di Stato vaticano, e “ciò rende normale la guerra e ne nasconde le cause, le modalità di svolgimento e gli effetti. Per questo Leone XIV nella Magnifica humanitas sostiene che occorre superare la “teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa inteso nel senso più stretto”, e tra l’altro, ha proseguito Parolin, “la distruttività delle armi moderne e l’imprevedibilità degli sviluppi tecnologici rendono impossibile contenere gli effetti di un conflitto o di farlo rientrare nei limiti della giustizia”.
Governare l’IA
E allora “di fronte ad una tecnologia che si separa da ogni altro fattore, fino a determinare una sua piena autonomia, quasi supremazia, il diritto, le leggi, le regole si legittimano solo se hanno capacità di gestire situazioni”, ha sintetizzato il porporato, la norma è legittimata “perché è uno strumento concreto per garantire l’esistenza, la libertà e la relazione delle persone”. Ma “se la decisione del legislatore o del giudice è demandata a un sistema predittivo fatto di algoritmi” viene meno il principio cardine della motivazione dell’atto giuridico, e così “ad imporsi sarà quella che Papa Leone XIV chiama “cultura della potenza”, riducendo il diritto a una tecnica di regolazione, svuotata però da ogni componente di giustizia sostanziale”. Serve allora “elaborare regole che consentano di governare il fenomeno dell’intelligenza artificiale”, ha concluso il cardinale Parolin, eliminando le “disuguaglianze” e dando spazio ad “una maggiore giustizia”.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.

